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NOVITÀ PER LE SOCIETÀ DAL DECRETO 91/2014 SULLA “COMPETITIVITÀ”.

SIMBOLO EUROIl decreto “competitività” n. 91/2014 (testo decreto) ha introdotto importanti novità per le società.

Qui di seguito qualche riflessione in proposito: il post sarà purtroppo un po’ “tecnico” e piuttosto lungo e di questo mi scuso con tutti coloro che di solito mi ringraziano per la chiarezza del blog.

Il decreto contiene delle modifiche al codice civile relative a importanti aspetti della vita societaria.

Le innovazioni sono tutte nel segno della semplificazione e del risparmio dei costi e sono, in sintesi, le seguenti:

  • modificazione dei criteri di determinazione del valore delle azioni di società quotate in mercati regolamentati in caso di recesso (art. 2437-ter c.c.);
  • semplificazione della procedura per gli acquisti della società dai promotori, fondatori, soci e amministratori (art. 2343-bis c.c.);
  • modificazione della disciplina relativa alla trasformazione delle società di persone in società di capitali (art. 2500-ter C.C.);
  • introduzione di ulteriori modalità di pubblicità dell’offerta di azioni in opzione ai soci in caso di aumento di capitale e riduzione del termine minimo per l’esercizio dell’opzione (art. 2441 C.C.);
  • riduzione dell’ammontare minimo del capitale delle S.p.a. (e s.a.p.a.) (art. 2327 C.C.);
  • eliminazione di una delle ipotesi di nomina obbligatoria del sindaco o revisore nelle s.r.l.
  • estensione della possibilità di utilizzo degli IAS per la redazione del bilancio.

Si tratta di innovazioni importanti anche se, per certi aspetti, ancora timide e insufficienti.

Cominciamo dalla novità in tema di recesso nelle quotate.

Come si sa, quando un socio recede da una s.p.a. egli ha diritto alla liquidazione di una somma di denaro corrispondente al valore delle azioni per le quali esercita il recesso.

Secondo la disciplina finora in vigore quando la società è quotata questa somma deve essere calcolata facendo esclusivo riferimento alla media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi precedenti.

Con il decreto competitività è stata introdotta una possibilità ulteriore.

Lo statuto delle società quotate può stabilire che il valore di liquidazione delle azioni sia stabilito facendo ricorso ai comuni criteri stabiliti per le non quotate dall’articolo 2437ter (tra i quali spiccano la consistenza patrimoniale della società e le sue prospettive reddituali), purché il valore di liquidazione non risulti comunque inferiore alla media aritmetica dei prezzi sopra citata.

Veniamo alle novità in tema di acquisti della società da promotori, fondatori, soci e amministratori.

Si tratta dei c.d. “acquisti pericolosi”, la cui effettuazione può portare all’aggiramento della disciplina sui conferimenti in natura (invece di conferire un bene il socio conferisce alla società una somma in denaro e tale somma è poi impiegata per acquistare il bene del socio).

Proprio per evitare questo aggiramento la legge prevede che gli acquisti “pericolosi” possano essere effettuati solo in presenza di una relazione giurata di stima.

Fino ad oggi non esisteva alcuna alternativa alla formazione della relazione di stima.

Con il decreto competitività la situazione è cambiata, dato che è stata concessa alla società la possibilità di effettuare acquisti “pericolosi” anche senza relazione di stima quando l’acquisto si riferisca ai beni di valore certo indicati dall’articolo 2343ter del codice civile (valori mobiliari quotati, beni in natura o crediti aventi un valore iscritto al fair value in un bilancio sottoposto a revisione legale senza rilievi, beni stimati da un esperto indipendente non oltre sei mesi prima dell’operazione ecc.)

Anche in tema di pubblicità dell’offerta delle azioni in opzione in caso di aumento del capitale nelle s.p.a. il decreto innova nel senso della semplificazione.

Secondo il testo dell’articolo 2441 finora in vigore «l’offerta di opzione deve essere depositata presso l’ufficio del registro delle imprese e salvo quanto previsto dalle leggi speciali per le società con azioni quotate in mercati regolamentati, per l’esercizio del diritto di opzione deve essere concesso un termine non inferiore a trenta giorni dalla pubblicazione dell’offerta».

La nuova disciplina valorizza la funzione informativa del sito internet della società e abbrevia il termine per l’esercizio dell’opzione.

Il decreto 91/2014 stabilisce, infatti, che «l’offerta di opzione deve essere depositata presso l’ufficio del registro delle imprese e contestualmente resa nota mediante un avviso pubblicato sul sito internet della società, con modalità atte a garantire la sicurezza del sito medesimo, l’autenticità dei documenti e la certezza della data di pubblicazione, o, in mancanza, mediante deposito presso la sede della società. Per l’esercizio del diritto di opzione deve essere concesso un termine non inferiore a quindici giorni dalla pubblicazione dell’offerta“.

Si tratta di una novità importante e interessante nel segno della progressiva digitalizzazione dell’informazione societaria.

Da tale novità sarà interessante verificare l’applicazione pratica, essendo lecito dubitare del fatto che tutte le cinquantamila spa italiane siano davvero dotate di un sito internet.

È poi, forse. poco opportuna la riduzione a quindici giorni del termine per l’esercizio dell’opzione, dato che spesso le risorse richieste ai soci per l’aumento di capitale sono davvero ingenti (il termine di quindici giorni era peraltro già in vigore per le quotate).

Veniamo quindi all’intervento sul diritto di voto nelle quotate.

Nel sistema italiano si applicava tradizionalmente il principio per il quale a ogni azione corrisponde un solo voto, dal quale derivava l’esplicito divieto di emissione di azioni a voto plurimo (salvo che nelle cooperative per i soci persone giuridiche).

Il decreto competitività ha introdotto per le sole società quotate la facoltà di inserire negli statuti la previsione del voto plurimo, sul modello delle “loyalty shares” previste in Francia.

Il decreto, infatti, inserisce nel testo unico finanziario 58/98 il nuovo articolo 127ter, per il quale «in deroga all’articolo 2351, quarto comma, del codice civile, gli statuti possono disporre che sia attribuito voto maggiorato, fino a un massimo di due voti, per ciascuna azione appartenuta al medesimo soggetto per un periodo continuativo non inferiore a ventiquattro mesi a decorrere dalla data di iscrizione nell’elenco previsto dal comma 2».

Rimando al decreto per la complessa disciplina che si accompagna a questa novità (per esempio in tema di calcolo dei quorum assembleari), sottolineando solo che:

  • il riferimento a “un massimo di due voti” può far pensare alla possibilità di attribuire alle azioni un diritto di voto frazionato;
  • il decreto prevede che in caso di cessione delle azioni a titolo gratuito od oneroso decada il diritto di voto maggiorato;
  • a tutela dei soci di minoranza il decreto prevede che la maggiorazione del diritto di voto non influisca sulla determinazione dei quorum necessari per l’esercizio dei diritti che spettano ai soci (azione di responsabilità, convocazione dell’assemblea, ecc.).

Si tratta di una novità che consentirà di controllare una società quotata pur avendo effettuato un investimento inferiore al 50% del capitale sociale.

Il voto plurimo potrebbe favorire complesse operazioni societarie, specie in contesti di “privatizzazione” nei quali si ha interesse a non “diluire” eccessivamente il peso decisionale dei soci pubblici delle società quotate ovvero nei casi in cui si intenda quotare una società dominata da un socio di controllo.

Non a caso, in questa prospettiva, il decreto 91/2014 prevede che le azioni a voto plurimo possano essere introdotte nello statuto anche “nel corso del procedimento di quotazione“, mentre la relazione al decreto afferma che «il timore di perdere il controllo a seguito della quotazione rappresenta uno dei principali fattori che disincentiva l’ingresso in borsa delle imprese familiari italiane. Una maggiore flessibilità nella struttura del capitale in deroga al principio “one share one vote” può consentire di aumentare la dimensione del flottante in sede di offerta al pubblico finalizzata alla quotazione (“IPO”) e, di conseguenza, la liquidità delle azioni delle società quotate senza determinare una diluizione in sede assembleare per gli azionisti di riferimento».

È comunque difficile prevedere quali possano essere gli effetti dell’introduzione del voto plurimo nelle quotate.

Se da una parte si può ipotizzare un forte incentivo alla quotazione o alla cessione sul mercato di azioni degli attuali soci di controllo (tra i quali lo Stato), dall’altra il voto plurimo può costituire un ostacolo alla “contendibilità” delle società quotate.

La limitazione della possibilità di emettere azioni a voto plurimo alle sole quotate è poi a mio parere criticabile: se tutte le società (comprese le s.r.l.) potessero emettere questo tipo di azioni sarebbero favoriti i processi di ristrutturazione aziendale e potrebbero concordarsi riassetti dei rapporti tra i soci senza che siano necessari effettivi trasferimenti di azioni o quote.

Veniamo quindi all’intervento sulla misura minima del capitale sociale, che inciderà molto sulla vita delle molte “piccole “società di capitali italiani.

Il capitale minimo per le s.p.a. era finora fissato a 120.000,00 Euro.

Il decreto, invece, ne abbassa la cifra a 50.000,00 nell’intento (reso esplicito dalla relazione illustrativa del decreto) di favorire la costituzione delle imprese in forma di s.p.a., con conseguente maggiore facilità di accesso al mercato dei capitali.

Si tratta di un’innovazione poco comprensibile e forse inopportuna.

Lascia davvero perplessi la volontà di favorire l’accesso al mercato dei capitali di soggetti che esitino a investire almeno centoventimila Euro, mentre è davvero dubbia l’opportunità di ridurre a 50.000,00 Euro la soglia al di sotto della quale è necessaria la ricapitalizzazione in caso di perdite.

Forse sarebbe stato opportuno lasciare inalterato (o magari alzare) il capitale minimo previsto per le s.p.a., puntando invece su di un intervento più radicale e coraggioso, ossia l’eliminazione totale (sul modello della société à responsabilité limitée francese) delle norme che ancora prevedono un capitale minimo per le s.r.l., accompagnata dalla radicale semplificazione degli adempimenti tributari previsti per questo tipo di società.

In questo modo sarebbe finalmente favorita la scelta delle tante piccole e piccolissime imprese italiane per il modello della società di capitali (con ovvi vantaggi in tema di trasparenza e limitazione del rischio).

Veniamo, quindi, alla novità in tema di nomina del sindaco o del revisore nelle s.r.l.

Il decreto ha soppresso il comma 2 dell’art. 2477 c.c., eliminando l’obbligo di nomina del sindaco o del revisore nelle s.r.l. con capitale non inferiore alle s.p.a.

Oggi, quindi, la nomina del sindaco o del revisore nella s.r.l. è obbligatoria solo quando la società sia obbligata alla tenuta del bilancio consolidato, controlli altra società tenuta alla revisione legale dei conti o superi, per due esercizi, i parametri previsti dall’art. 2435- bis, c.c.

Si tratta certamente di un intervento nel senso della semplificazione e del risparmio dei costi, ovviamente connesso alla riduzione del capitale sociale delle s.p.a.

Qualche perplessità desta solo il fatto che ancora una volta si è persa l’occasione per rafforzare e rendere effettivo il ruolo dell’organo di controllo e revisione contabile nelle s.r.l.

Il sindaco o il revisore non hanno oggi alcuna effettiva possibilità di reagire alle irregolarità gestionali: sarebbe bastato attribuire a costoro il potere/dovere di ricorrere al Tribunale sollecitando l’ispezione dell’amministrazione (come prevede l’articolo 2409 per le s.p.a.) per rendere davvero pregnante e utile la presenza di un sistema di controllo.

Altra novità da considerare riguarda la trasformazione delle società di persone in società di capitali.

Si tratta di una novità del tutto identica a quella in tema di “acquisti pericolosi”.

Fino ad oggi in caso di trasformazione il capitale della società risultante da tale operazione doveva essere risultare da relazione di stima formata da un esperto.

Il decreto prevede la possibilità di evitare la relazione tutte le volte in cui il capitale sia formato mediante elementi aventi un valore certo come indicato nell’articolo 2343 ter del codice civile (e cioè, appunto, valori mobiliari quotati, beni in natura o crediti aventi un valore iscritto al fair value in un bilancio sottoposto a revisione legale senza rilievi, beni stimati da un esperto indipendente, ecc.).

Veniamo, infine, alla novità in tema di bilancio.

L’articolo 20 del decreto (comma 2, lett. a) consente anche alle società chiuse (non quotate né appartenenti a gruppi) di optare per l’applicazione degli IAS/IFRS e ciò, si legge nella relazione, per favorire «il percorso di conoscibilità e visibilità internazionale delle società che intendano, o anche solo non escludano, accedere al mercato dei capitali di rischio e il graduale adeguamento allo stato di emittente quotato».

Non spetta certo a me dare un giudizio sulle novità del decreto nel quale si presentano due innovazioni di grande importanza per le società di piccole dimensioni: la riduzione del capitale minimo delle s.p.a. e la riduzione dei casi in cui è obbligatorio nominare un sindaco nelle s.r.l.

Certo è che il decreto non costituisce una rivoluzione del diritto societario: forse, però, potrebbe trattarsi dell’antipasto di qualche novità futura di maggiore importanza.

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