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02 ottobre 2014

LE SENTENZE DELLA CASSAZIONE CIVILE DI SETTEMBRE 2014.

chioce
Le sentenze della Cassazione indirizzano l’attività degli operatori economici.

Nel mese di settembre la Cassazione ha pronunciato diverse sentenze importanti, che confermano principi consolidati o ne affermano di innovativi. Qui di seguito propongo una rassegna delle decisioni che sono, a mio parere, più importanti.

18479 del 1° settembre: in un caso in cui la trasferta di un lavoratore si era protratta per anni l’istituto di previdenza dei giornalisti aveva contestato la legittimità dell’esenzione contributiva applicata ai rimborsi per le trasferte, affermando che gli stessi dovevano considerarsi come vera e propria retribuzione. La Cassazione ha respinto la pretesa dell’istituto, affermando che non osta al requisito della temporaneità della trasferta il protrarsi dello spostamento del lavoratore per un lungo periodo di tempo, finanche di alcuni anni, ogniqualvolta permanga un legame funzionale del dipendente con l’originaria sede di lavoro.

 

18678 del 4 settembre: in un caso in cui un lavoratore si era assentato ripetutamente per malattia “agganciando” la malattia ai giorni di riposo la Cassazione ha considerato legittimo il licenziamento sul presupposto della sostanziale inutilità della prestazione di lavoro per il datore (è legittimo il licenziamento intimato al lavoratore per scarso rendimento qualora sia risultato provato, sulla scorta della valutazione complessiva dell’attività resa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro, una evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente – ed a lui imputabile – in conseguenza dell’enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, avuto riguardo al confronto dei risultanti dati globali riferito ad una media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione).

 

18690 del 4 settembre. La Cassazione ha affermato che l’indennità di clientela è dovuta anche per i rapporti di agenzia a tempo determinato (l’indennità ex art. 1751 c.c. deve riconoscersi all’agente anche nel caso di cessazione del rapporto di agenzia a tempo determinato, essendo la ratio alla base del dettato normativo – garantire un riconoscimento supplementare per l’incremento di fatturato fornito – identica, sia nel caso di rapporto di agenzia a tempo indeterminato, sia nel caso di rapporto di agenzia a tempo determinato, dato che L’art. 1751, nella nuova formulazione, prevede, infatti, la corresponsione di detta indennità “all’atto della cessazione del rapporto…”, senza alcuna ulteriore specificazione e distinzione tra la cessazione del rapporto a tempo determinato e quella a tempo indeterminato, in attuazione della  direttiva 86/653/CEE del 18 dicembre 1986).

 

18783 del 14 settembre: con questa decisione la Cassazione ha affrontato il tema del lavoro in un contesto di rapporto familiare, arrivando a negarne la natura subordinata. Si trattava del caso di due sorelle parrucchiere, una delle quali affermava di essere stata alle dipendenze dell’altra. La pretesa è stata respinta sul presupposto che in realtà l’esercizio commerciale fosse a gestione comune (il parametro normativo che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale).

 

18786 del 5 settembre: la decisione tratta il caso di un portiere che aveva subito un infortuno nel collocare una tenda da sole nel luogo di lavoro. Il datore negava la responsabilità per l’infortunio, affermando trattarsi di “rischio elettivo” non connesso alle mansioni e improvvidamente corso dal lavoratore. La Cassazione non ha accolto la tesi datoriale, affermando che in tema di infortunio sul lavoro, va esclusa la sussistenza del rischio elettivo nella condotta del lavoratore che opera al fine di rendere accessibile il proprio posto di lavoro come nel caso di chi monta una tenda per ripararsi dal sole nel posto ove è costretto ad operare.

 

18920 del 9 settembre: la Cassazione ha affermato che il contratto di ‘sale and lease back’ è fraudolento se viene verificata una preesistente situazione di credito-debito tra la società finanziaria e l’impresa venditrice utilizzatrice, le difficoltà economiche di quest’ultima e la sproporzione tra valore del bene e corrispettivo versato. Da ciò deriva la nullità del contratto, se risulta che lo scopo del contratto è di garanzia e non di finanziamento.

 

19237 del 12 settembre: la Cassazione ha escluso che fosse risarcibile il danno derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è collegata alla necessità che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità e che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto o immaginari.

 

19744 del 19 settembre: la Cassazione ha affermato che la responsabilità del locatore per i danni derivanti dall’esistenza dei vizi sussiste anche in relazione a vizi preesistenti la consegna ma manifestatisi successivamente ad essa nel caso in cui il locatore poteva conoscere, usando l’ordinaria diligenza, i vizi secondo la disciplina di cui all’art. 1578 c.c.; in particolare, il locatore è tenuto a risarcire il danno alla salute subito dal conduttore in conseguenza delle condizioni abitative dell’immobile locato quand’anche tali condizioni siano note al conduttore al momento della conclusione del contratto, in quanto la tutela del diritto alla salute prevale su qualsiasi patto interprivato di esclusione o limitazione della responsabilità.

 

19782 del 19 settembre: si tratta di una decisione importante perché tratteggia con precisione i caratteri del mobbing (il mobbing designa un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo. In mancanza di uno dei suddetti presupposti, sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, non può configurarsi la condotta persecutoria). Alla luce della ricostruzione compiuta la Cassazione ha escluso che potesse costituire atto di mobbing la sottoposizione di un dipendente a controllo di investigatore privato quando se ne sospetti l’infedeltà.

19775 del 19 settembre: la Cassazione ha affermato che la presenza di abrasioni nel registro dei corrispettivi consente di ritenere inattendibile la scrittura, quindi di giustificare l’accertamento induttivo nei confronti dell’esercente un bar/caffè.

 

20192 del 25 settembre: la decisione tratta un delicato caso di persecuzione a danno di una studentessa posta in essere da tre compagni di classe, con scritte oscene e biglietti diffamatori e minacciosi. La Corte di Cassazione ha accertato che non tutti i responsabili della persecuzione avevano tenuto condotte ugualmente riprovevoli (uno su tre si era, infatti, scusato e aveva interrotto l’attività) e ha quindi affermato che i tre autori del comportamento persecutorio non potevano essere condannati al risarcimento del danno in via solidale (in tema di illecito extracontrattuale plurisoggettivo, qualora il fatto illecito fonte di danno si articoli in una pluralità di azioni od omissioni poste in essere da più soggetti, il giudice di merito è tenuto a verificare e a dar conto in motivazione, ai fini della coerenza e completezza di essa, se si tratti di diversi segmenti di una unica catena causale, culminata in un danno unitariamente apprezzabile, o se in realtà si tratti di episodi autonomi, da tenere distinti anche sotto il profilo causale, che hanno provocato fatti dannosi diversi dei quali solo il partecipante a ciascun episodio può essere ritenuto responsabile. Nessuno può infatti essere ritenuto responsabile dei danni che non ha concorso a provocare).

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